Roland Barthes - La Camera Chiara

LA CAMERA CHIARA – ROLAND BARTHES

Con buona approssimazione, possiamo dire che La Camera Chiara è il testo sulla fotografia più riassunto e schematizzato del web. Questo, di per sé, è già abbastanza ironico, se si pensa all’insistenza con cui il suo autore, uno degli Strutturalisti più importanti del Novecento, dichiara di volersi liberare – proprio stavolta, proprio con questo testo, una volta per tutte! – dell’approccio sistematico, amorfo e disincarnato, tipico del metodo scientifico. È l’unico presupposto inalienabile di questa ricerca: la disperata resistenza verso ogni sistema riduttivo.

Va detto che una certa tensione verso una scrittura critica che fosse anche espressiva si sente in tutte le opere di Roland Barthes, che è stato un autore brillante e prolifico in svariati ambiti della cultura. Uno dei tratti distintivi nella sua poetica è proprio l’articolazione paradossale dei discorsi, costruiti su opposizioni retoriche e lasciati spesso aperti, irrisolti. Non a caso Italo Calvino lo cita nella lezione americana che dedica all’Esattezza come principio che, applicato alla scrittura, spinge contemporaneamente in due direzioni opposte: verso la riduzione rassicurante di avvenimenti contingenti in schemi semplici e astratti ma anche verso uno sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.

Quando scrive Barthes ha poco di più sessant’anni ed è contemporaneamente nel suo momento di maggior fama, per il successo popolare di Frammenti di un discorso amoroso, di maggior riconoscimento professionale, per l’assunzione come professore al College De France di soli due anni prima, e di maggior consapevolezza del proprio pensiero, dopo averne tirato le fila in un simpatico saggio del 1975 intitolato, appunto: Barthes, di Roland Barthes. Qui l’autore si sdoppia e guardando criticamente a tutto il lavoro fatto fino a quel momento, riconosce di essere entrato in una fase finale del suo pensiero, una fase nietzscheana, nel senso di un ritrovato valore della dimensione affettiva e soggettiva dell’esistenza e del linguaggio, in quanto sua parte sostanziale. La Camera Chiara rappresenta l’espressione definitiva di questo cambio di paradigma, staccando non solo dai precedenti dello stesso autore, ma anche da quelli degli altri autori che pubblicano nello stesso periodo. Gli anni intorno al 1980 rappresentano un momento storico di grande interesse teoretico verso la Fotografia, soprattutto da parte di studiosi esterni al mondo delle arti visive: Susan Sontag, Vilem Flusser, Jean-Marie Floch o Philippe Dubois, sono tutti autori fondamentali che, in modi diversi, hanno portato la Fotografia oltre i limiti di un discorso tecnico o estetico, facendone un tema sociale, linguistico, filosofico. Barthes, invece, si muove nella direzione opposta: si rende conto che anestetizzare e forzare la materia dentro categorie interpretative che non le appartengono lo allontanava dall’individuarne l’essenza, che era ciò a cui voleva arrivare. Quindi parte da ciò che conosce, usando lo Strutturalismo linguistico per individuare dei riferimenti retorici nuovi, come quelli ancora oggi citatissimi di punctum e studium, o di operator e spectator, per iniziare a orientarsi nel discorso che vuole fondare. Ma guarda già oltre, verso il superamento del principio stesso di una scienza universale (mathesis universalis), che conduce per forza verso la riduzione e l’ammonimento, a favore di un’idea bizzarra: una scienza dell’unicità (mathesis singularis), che non scremasse le fotografie del soggettivismo con cui ne facciamo esperienza ma facesse di quest’ultimo un principio euristico.

In questo senso, con La Camera Chiara Roland Barthes compie un’operazione raffinatissima: performa il proprio lavorìo critico con la stesura stessa del testo. Questo saggio, intriso della soggettività dell’autore, è breve e molto denso, apparentemente ordinato solo dal flusso dei suoi pensieri riportati senza filtri, in prima persona, colti e profondi ma mai troppo sistematizzati, per restare al passo con l’urgenza delle suggestioni che si susseguono. Ma di Barthes si sanno molte cose, tra cui il fatto che fosse un appassionato progettatore di libri, anche di quelli che non aveva ancora iniziato a scrivere. E l’architettura de La Camera Chiara è perfetta in modo quasi irritante: quarantotto note, compilate in una finestra temporale di quarantanove giorni (dal 15 Aprile al 3 Giugno 1979, ci dice), e distribuite equamente in due parti di sessanta pagine (nell’edizione italiana) ciascuna. Come ci fa notare Geoffrey Batchen, brillante storico dell’arte britannico che nel 2009 ha curato un’antologia di saggi inediti su La Camera Chiara, questa bipartizione funziona like a photograph: da una “I parte” latente e negativa, in cui cerca di individuare un’essenza universale della Fotografia passandone in rassegna molti esempi noti a tutti, si sviluppa una “II parte” positiva, in cui analizza intensamente l’unica fotografia che esiste solo per lui, e che, per questo motivo, non viene mai mostrata ma solo raccontata tramite l’esperienza che ne fa, e intitolata: la Foto del Giardino d’Inverno.

È stato il ritrovamento inaspettato di questa foto, in cui vede ritratta, da bambina, la madre morta solo poche settimane prima, a spingere Barthes nell’impresa de La Camera Chiara. Fin dalle prime pagine l’aveva messa giù dura, dichiarando che l’occasione di questa ricerca portava in sé una tale urgenza di elaborazione da non ammettere deviazioni, tantomeno limiti metodologici. Stavolta la Fotografia non è un problema da risolvere, ma una ferita da sanare: è inseparabile dalla sua intensità emotiva. Con Calvino, possiamo dire che è questa la lezione che resiste più di tutte alla prova del tempo: nel modo in cui Barthes compie un’analisi così rigorosa di un fenomeno intimo, cioè nell’averci dimostrato che una scienza dell’unicità è possibile, o che almeno è possibile cercarla.

Roland Barthes - La camera chiara

In Italia è pubblicato da Einaudi PBE

– La foto di Mapplethorpe che illustra il testo è stata pubblicata specchiata fin dalla prima edizione, e per qualche ragione nessuno ha mai corretto questo errore.

– È stato pubblicato postumo il “Diario del lutto” di Roland Barthes, che ricostruendo le giornate successive alla morte della madre, racconta momento per momento anche il ritrovamento della Foto del Giardino d’Inverno. In Italia lo ha pubblicato Einaudi, nella traduzione del poeta Valerio Magrelli.

– Esistono molte opere che indagano a fondo la figura di Roland Barthes – su tutte, la sua: Barthes, di Roland Barthes . Ma la più interessante per noi è sicuramente Riga n.30, che ne fa una rilettura dal punto di vista specificamente visivo.

– Purtroppo non esiste una traduzione italiana dell’antologia di saggi curata da Geoffrey Batchen, ma si può avere un assaggio di quello che ci stiamo perdendo da questo articolo pieno di curiosità sulla genesi della pubblicazione e della scrittura de La Camera Chiara e una bella selezione di copertine delle edizioni internazionali.

– Infine, trattandosi ormai di un oggetto di culto, è stato a sua volta ri-mediato da vari artisti. Qui vi segnalo l’operazione fotografica di Idris Khan, che illustra la copertina del libro di Batchen citato sopra.

Giulia Ferrando

Giulia Ferrando

Studia Lettere e Arti Visive, si specializza poi in Fotografia all’Accademia di Brera. Lavora principalmente come fotografa di scena della danza contemporanea in Italia e all’estero. Occasionalmente si occupa di fotografia in altre forme: ne scrive (Nuovi Argomenti), la insegna (Spazi Fotografici), ne cura l'allestimento ("From Elsewhere", per P46 Photogallery, Milano). Vive vorticosamente tra Genova, Milano e altre mete.

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